È arrivato il nuovo laser

 

L’ultimo goiello della Winform è il laser multi-lunghezza più potente al mondo.

È sul mercato da pochissimi giorni e il nostro centro è stato il secondo in assoluto ad acquistare la sofisticata tecnologia.

 

Dopo tre anni di sperimentazione l’High Therapy 5 Chronic si presenta come il primo laser osteo-articolare oltre che muscolare. Adatto quindi per la terapia del dolore di ossa e articolazioni oltre che di muscoli e tendini.

Dotato di 5 lunghezze d’onda diverse, l’impulso High Therapy concede un maggior trasferimento energetico rivoluzionando la laserterapia e accelerando i processi di riparazione e biostimolazione.

Oltre ad essere completamente indolore, questo impulso viene meglio assorbito dall’organismo rispetto a quelli precedentemente usati e di conseguenza i processi di guarigione sono accelerati. La performance è immediata, si percepisce subito una diminuzione del dolore e l’effetto benefico dura più a lungo. Inoltre il numero di sedute da eseguire si dimezza a parità di risultato.

Per le sue avanzate caratteristiche questo nuovo laser è adatto per l’intervento su patologie croniche e acute. In particolare può essere usato con pazienti che lamentano sofferenza cartilaginea, ernie discali e tutte le patologie da esse derivate, sia a livello lombare che cervicale. Inoltre diventa uno strumento prezioso per contrastare problemi di artrosi e artrite.

Sette specialisti per il ginocchio ad Abano: il Dott. Furlan ci racconta il lavoro d’équipe.

Emanuele Furlan, medico ortopedico, visita presso Magalini Medica. In particolare è uno specialista del ginocchio ed opera presso il Reparto di Chirurgia del Ginocchio - Ortopedia II  della Casa di Cura di Abano Terme. 
In questa intervista ci racconta i segreti dell’eccellenza nel campo della chirurgia del ginocchio.
 
 
Dottore, lei lavora ad Abano da diversi anni ormai. Ci racconta come ha esordito?
Beh il racconto è breve! Il mio percorso è stato lineare. Ho studiato medicina all’Università di Padova e durante la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia ho avuto la fortuna di conoscere il “mago” del ginocchio, il Dott. Roberto Nardacchione. Nell’estate del 2007, quando stavo per terminare gli studi, mi sono stati proposti vari lavori fra cui uno proprio da lui, presso il Sant’Antonio di Padova dove in quel momento lavorava. Di li a poco però il Dott. Nardacchione si è trasferito ad Abano e ho deciso di seguirlo. Ho iniziato a lavorare al Policlinico nel gennaio 2008 e ci sono rimasto fino ad oggi.  
 
Un incontro davvero importante dunque. Si potrebbe dire che il Dott. Nardacchione è stato il suo maestro?
Certo, direi un maestro di metodo. Già durante gli studi avevo manifestato un interesse particolare per il ginocchio, e non a caso durante gli ultimi anni universitari sono stato affiancato da un medico ortopedico specializzato proprio in quella articolazione. Ma è conoscendo il Dott. Nardacchione che mi sono definitivamente appassionato. Con il tempo poi, lavorando al suo fianco, ho approfondito le mie conoscenze in merito ed avuto un esempio eccellente di come si lavora sul campo. D’altronde in questa professione non si deve mai smettere di imparare. Il continuo confronto è indispensabile, sia fra i membri dello stesso reparto che allargato ad altri centri ed esperti.
A proposito di questo ritengo molto importante la mia iscrizione alla società europea E.S.S.K.A. (European Society of Sport Traumatology, Knee Surgery & Arthroscopy). A questi congressi internazionali ho presentato anche alcuni miei lavori. 
 
Ad Abano siete in sette a comporre il Reparto Chirurgia del Ginocchio. Ci può spiegare come viene organizzato il lavoro?
Il nostro è riconosciuto come un reparto di eccellenza per la chirurgia del ginocchio: utilizziamo tecnologie molto sofisticate e raggiungiamo un numero davvero notevole di interventi chirurgici all’anno. Per l’intevento di protesi di ginocchio utilizziamo la chirurgia robotica e rientriamo nella top 5 degli ospedali italiani a cui rivolgersi, con poco meno di un migliaio di protesi all’anno. Credo però che oltre alla professionalità di ogni singolo e alla strumentazione di cui disponiamo sia anche il metodo di lavoro che adottiamo a renderci molto validi. La nostra filosofia prevede infatti che ogni paziente venga seguito sempre dallo stesso medico. Se ad esempio un paziente esegue con me la prima visita, che sia perché ha chiesto di me o perché ha trovato me in quel momento, sarò io poi a portarlo in sala operatoria e a seguirlo anche nel recupero post-intervento. Lo stesso vale per tutti gli altri medici della squadra. Questo è possibile perché ognuno di noi lavora con molta autonomia ed è in grado di occuparsi del paziente sotto tutti gli aspetti. È chiaro poi che ogni medico ha i propri ambiti di interesse e che, per curare al meglio il paziente, teniamo conto delle potenzialità individuali.
Siamo convinti che sia importante dare alle persone un punto di riferimento fisso, anche se le norme che regolano l’organizzazione ospedaliera ci ostacolano un po’ in questo, prevedendo che sia il reparto nel suo complesso ad emergere, e non il singolo individuo.
Nel nostro caso puntiamo a lavorare in maniera autonoma, considerando naturalmente il reparto come un supporto sempre presente e confrontandoci l’un l’altro ogni volta che è necessario. Certo questo non significa che in assenza del medico che lo ha seguito il paziente si trova abbandonato: il lavoro di squadra e la collaborazione non vengono mai a mancare.
 
Per definizione lei ricopre il ruolo di Medico Aiuto. Cosa significa?
In realtà questa è una denominazione che negli ospedali non si trova più. Nelle case di cura però è rimasta in uso e in effetti sulla carta è proprio così che viene definito il mio ruolo all’interno dell’organizzazione gerarchica del reparto. Proprio come in campo militare esistono il generale e i suoi sottoposti, in un reparto i ruoli si dividono fra primario, medico aiuto e medico assistente.
Il primario, oltre ad occuparsi dell’aspetto clinico deve anche gestire il lato burocratico del lavoro. È lui ad indicare una linea di condotta, a distribuire i ruoli in base alle competenze e a supervisionare il lavoro dell’intera squadra. Il medico aiuto in quanto a mansioni dal punto di vista clinico è equiparabile al primario, ma è sgravato dall’aspetto amministrativo e non ha potere decisionale a riguardo.
Quantomeno questo vale per la nostra squadra, in cui si può dire che da un punto di vista clinico svolgiamo tutti un ruolo paritario. Naturalmente la grande autonomia con cui lavoriamo dipende dall’impostazione che il nostro primario, il Dott. Claudio Khabbaze’, ha voluto dare al reparto. Questo è il nostro modo di lavorare, altri reparti si organizzano diversamente.
 
Dopo quasi dieci anni di lavoro al Policlinico, cosa la spinge a voler restare?  
Sicuramente per uno specialista del ginocchio come me Abano è sinonimo di eccellenza. Ma non si tratta solo di questo: analizzando la situazione da un punto di vista più ampio non si può non ammettere che la sanità, quantomeno in Italia, sta vivendo motivi di importante stress. Nonostante ciò posso dire che la nostra équipe ha un buon modo di lavorare insieme. C’è un buon equilibrio, siamo tutti attori attivi e condividiamo lo stesso fine di intenti. Questo è per me motivo di orgoglio e di costante stimolo. 
 
 

 
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